BE HUMAN: immagini, volti e riflessioni da Lampedusa

Di Ilaria Mercurio, militante della GiOC.

-Ci racconti lo scopo del progetto di cui hai fatto parte?

La GiOC collabora ormai da anni in progetti di aggregazione insieme all’ENGIM, l’Ente Nazionale Giuseppini del Murialdo.

L’ENGIM è un Centro di Formazione Professionale, una delle scuole a cui i giovani possono accedere al termine del conseguimento della terza media e iniziare un percorso di studi che gli permetterà di prendere una qualifica professionale. Da circa 10 anni, l’ENGIM si impegna ad organizzare per i propri ragazzi un campo nazionale, quattro giorni in cui potersi riunire e affrontare tematiche sempre nuove. Si tratta di un’occasione unica per questi ragazzi di stravolgere i propri schemi di vita, vivere un’esperienza di comunità prima ancora che educativa, il tutto accompagnati dalla figura fondamentale dei docenti. In un’ottica di continua collaborazione e partecipazione con la GiOC, l’ENGIM ha avanzato l’invito del campo a cui ho risposto con grande entusiasmo, pronta ad una nuova avventura. Il campo di quest’anno, dal titolo “Be Human”, si è svolto nel cuore della quotidianità italiana ed europea: Lampedusa. Più che mai, in un momento così critico per la realtà sociale del nostro Paese, è nata l’esigenza di voler portare fisicamente i ragazzi nel centro dell’emergenza del nostro contemporaneo. Se l’intento può sembrare brutale, ciò al contrario ha scatenato nei ragazzi un’energia al di là di ogni aspettativa: un misto tra rabbia, dispiacere e ingiustizia. Ciò però non è un passaggio scontato. Molti di questi giovani non vivono realtà associative come la parrocchia, l’associazionismo, attività sportive o interdisciplinari; sono ragazzi che vivono una precarietà non solo culturale, ma soprattutto emotiva. In vita mia non ho mai vissuto un campo con un’emotività così alta, i ragazzi hanno percepito di essere dentro la storia e non in un luogo di “memoria”.

 

-Chi sono stati i tuoi compagni di viaggio?

I miei compagni di viaggio sono stati molti di questi giovani. In modo particolare ricordo Cinzia, Alessia, Nicole, Vivian, Stefania e Adelina, che fin dal primo momento mi hanno fatta sentire parte di loro, una giovane giovanissima studentessa.

 

-Quali sono state le attività che avete svolto a Lampedusa?

Nei quattro giorni di campo le nostre giornate sono state un susseguirsi di incontri, testimonianze, visite che ci hanno portato ad attraversare tutta l’Isola. Sebbene ci siano stati pochi i momenti di gruppo in cui poter metabolizzare ciò che abbiamo ascoltato nell’arco della giornata, sono grata di ciò perché al momento del ritorno il mio cuore era pieno come un barcone: gioia, una tristezza infinita, indignazione, il sole nel petto e il vento nelle ossa. Anche perché, altrimenti, non avremmo avuto la fortuna di incontrare l’equipaggio della “Mediterranea”, una delle organizzazioni non governative impegnate nelle operazioni di salvataggio dei migranti che proprio in quei giorni era stata costretta a ritirarsi nel porto di Lampedusa a causa del troppo vento.

 

-Qual è stato il momento più emozionante e significativo dell’esperienza?

Senza dubbio l’incontro e l’ascolto della testimonianza di Francesco Piobbichi. Francesco è uno degli operatori di “Mediterranean Hope” – il progetto sulle migrazioni della federazione delle chiese evangeliche in Italia – che ha deciso di raccontare il dramma del confine che vede quotidianamente, attraverso i suoi disegni. Non ha il dono del racconto poetico e narrativo, perché ciò che ha visto è troppo crudo e ingiusto da poter essere raccontato diversamente. Ti sbatte direttamente in faccia la realtà dei fatti; sei poi tu, comune cittadino italiano per di più del nord, a dover fare i conti con quanto detto una volta tornato a casa. Si tratta di un peso non indifferente. Chiunque a Lampedusa ti dice: “Quando torni a casa racconta quello che ti ho detto, è importante la gente deve sapere. Ci basta solo questo”. Ecco, quel momento – ancora oggi, a quasi un mese dal viaggio – è stato l’incontro più difficile da digerire. Però, anche un altro incontro mi ha emozionata particolarmente…

 

-Ce lo racconti?

Se devo pensare ad un altro volto che ha fatto la differenza nella mia esperienza, quello è quello del vecchio pescatore al porto. Un giorno, dopo esserci divisi in piccoli gruppetti siamo andati alla ricerca di alcuni personaggi nel cuore della città. Si trattava di un’attività per far scoprire ai ragazzi le realtà lavorative del territorio. Grazie ad una serie di piccole interviste condotte dai ragazzi, abbiamo incontrato un falegname, che con i resti delle imbarcazioni realizza piccoli oggetti di decorazione, un artigiano di spugne e infine un pescatore. Da subito quest’ultimo uomo si è dimostrato molto disponibile nel conversare con noi e presto, dalla scaletta prestabilita, siamo passati ad una bella chiacchierata informale che ha acceso il suo volto di gioia. Forse non si aspettava di ricevere questo tipo di domande: “Lei si ricorda di quando ha iniziato a fare questa attività? Ci può raccontare come sono state le sue prime esperienze di questo lavoro? Ci può dire una cosa bella della sua attività? Una cosa che le ha dato molta soddisfazione? Per fare bene il suo lavoro a cosa

bisogna fare attenzione, di cosa bisogna avere molta cura?” Ha iniziato a raccontarci ogni aspetto della sua piccola attività: della sua maestosa barca, l’attrezzatura che avrebbe usato una volta uscito in mare, al fatto che i giovani non siano più interessati a tenere memoria di questo lavoro così antico e prezioso, ai vincoli che l’Europa ha messo per la pesca in Italia. Quasi quasi ci faceva salire sulla barca per mostrarcela talmente era contento di ciò che stava raccontando. In un clima come quello di oggi è difficile che qualcuno si ricordi di te, di te come persona, perché è altro a fare notizia e la gente, i media, non vogliono perdere tempo per ascoltare le tue storie di vita. Quello che io ho percepito in quei giorni è la voglia dei lampedusani di essere ricordati per chi sono – non degli eroi – ma singoli individui che hanno agito e accolto perché “era giusto così”. La bellezza di quest’isola sta proprio nel sorriso dei suoi abitanti, nella fierezza con cui ti raccontano il loro lavoro e la semplicità delle loro azioni, per la loro quotidianità. Ecco, mi piacerebbe ricordarla così Lampedusa.

 

-Pensi che ne sia valsa la pena?

Sì, è stata un’esperienza incredibile. Vale la pena visitare Lampedusa non solo per i fatti, per far luce sulla verità, ma per le persone che la abitano, la vivono e la portano avanti con gioia e tanta determinazione. Il volto degli abitanti dell’Isola: questo è ciò che bisogna andare a scoprire.

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